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Gay & Bisex

LO SCIOPERO... 2


di SERSEX
04.10.2025    |    2.082    |    1 9.6
"Giò gridò, piegando la schiena, mentre l’altro gli allargava il culo con le mani e lo leccava senza pietà, sporco e famelico, il naso affondato nella sua pelle..."
Era una sera tiepida di primavera, a Bologna. Giò era seduto al tavolino di un bar in piazza Santo Stefano, una sigaretta in una mano e una birra nell’altra. Chiacchierava con un amico, ma la sua mente era altrove. Non aveva ancora smesso di pensare a lui, al poliziotto della manifestazione. Ogni notte lo rivedeva: la divisa, la mano forte che lo inchiodava al muro, la scopata sporca nel vicolo. Ogni volta che si masturbava, era quel corpo che ritornava.
E poi lo vide.
Dall’altro lato della piazza, tra la folla che passeggiava, c’era lui. In borghese. Jeans scuri, giacca di pelle consumata, camicia chiara sbottonata sul petto. Senza casco, senza manganello. Non più un poliziotto in mezzo alla folla, ma un uomo vero, che camminava deciso.
Il loro sguardo si incrociò. Uno schianto silenzioso. Giò sentì il cuore accelerare, un calore montargli in basso ventre.
L’altro si avvicinò senza fretta, ignorando chiunque gli fosse intorno. Si fermò davanti al tavolo. Non salutò, non fece convenevoli.
«Vieni.» disse soltanto, con quella voce roca che a Giò sembrava un ordine impossibile da disobbedire.
Giò si alzò. L’amico lo guardò perplesso: «Oh, ma dove vai?»
«Un attimo.» rispose lui, già camminando.

Salirono stradine laterali, senza parlarsi. Arrivarono a un portone scrostato, scale strette, buio. L’uomo tirò fuori una chiave, aprì una porta che cigolò. Dentro, un appartamento vuoto, polveroso, le finestre chiuse. Un posto che sembrava scelto apposta per non lasciare tracce.
Appena chiusa la porta, lo spinse contro il muro, ma non con la stessa violenza della prima volta. Le sue mani erano febbrili, affamate, correvano ovunque sul corpo giovane di Giò, stringendolo, tastandolo come se dovesse imprimersi ogni curva della sua carne.
«Non riesco a smettere di pensarti.» confessò, col fiato corto. «Hai idea di quanto mi sto rovinando?»
Giò lo afferrò per la giacca di pelle e lo baciò, duro, con la lingua che lo cercava. «Anch’io.» mormorò, mordendogli il labbro.
Si spogliarono quasi lottando, pezzo dopo pezzo. La giacca cadde a terra, la camicia aperta, i pantaloni strappati via. Per la prima volta Giò lo vide nudo. Un corpo massiccio, peloso sul petto, vene gonfie sulle braccia. Non più nascosto dalla divisa: solo muscoli, cicatrici e desiderio.
Giò lo spinse sul pavimento, lo baciò ovunque, sul collo, sul petto, giù fino alla cintura. Sentì l’odore maschio che gli saliva su per le narici, misto a sudore e tabacco. Gli abbassò i jeans fino alle ginocchia e liberò quell’erezione dura, tesa, più grande di quanto ricordasse.
«Sei sempre pronto…» sussurrò con un sorriso sporco, prendendolo in mano.
«E tu non sai quanto ti ho sognato.» ansimò l’altro.
Giò se lo portò in bocca, lento all’inizio, poi più profondo, succhiando forte, sbavando, con gli occhi alzati a guardarlo. L’uomo gemeva, gli afferrava i capelli, gli spingeva la testa giù. Ogni colpo gli arrivava in gola, facendolo tossire e gemere insieme.
«Dio… così… succhiamelo tutto, sporco bastardo.»
Giò si tirò via con un filo di saliva che gli colava sul mento. «Adesso tocca a te.» si sdraiò a terra, aprendo le gambe. «Voglio sentirti dentro senza la divisa.»

L’uomo si buttò su di lui, baciandolo ovunque, leccandogli il petto, mordendogli i capezzoli fino a farlo urlare. Poi scese, gli abbassò i jeans e le mutande, e gli infilò la lingua tra le cosce. Giò gridò, piegando la schiena, mentre l’altro gli allargava il culo con le mani e lo leccava senza pietà, sporco e famelico, il naso affondato nella sua pelle.
«Cristo…» ansimava Giò, con le mani nei capelli dell’uomo. «Continua, così… mi fai impazzire…»
Quando fu abbastanza bagnato, il poliziotto lo tirò su di peso, lo mise a cavalcioni su di lui. Si sfioravano i petti, sudati, il respiro caldo sulle bocche.
Entrò piano, centimetro dopo centimetro, guardandolo negli occhi. Giò gemette forte, graffiandogli le spalle.
«Guardami.» disse l’uomo, spingendo sempre più dentro. «Non voltarti. Voglio vederti mentre ti scopo.»
Cominciò a muoversi, lento all’inizio, poi più deciso. Giò cavalcava con disperazione, le mani che gli stringevano il petto, la testa rovesciata. Ogni affondo era profondo, grezzo, e il pavimento scricchiolava sotto i loro corpi.
Si girarono, cambiando posizione. L’uomo lo prese da dietro, in ginocchio, afferrandolo ai fianchi e spingendo con colpi secchi. Giò urlava, con la fronte appoggiata a terra e le dita che graffiavano il pavimento polveroso.
«Ti piace, eh?» ringhiava l’altro. «Farti scopare come un cane in una casa vuota?»
«Sì!» gridò Giò. «Più forte! Non fermarti!»
La stanza si riempì di rumori sporchi: il ritmo delle spinte, i gemiti, il respiro pesante. Cambiarono ancora: di nuovo faccia a faccia, a terra, baciandosi con furia, mordendosi la bocca mentre venivano uno contro l’altro, sudati, incollati, incapaci di staccarsi.
Vennero quasi insieme, con urla soffocate e tremiti, sporchi di sudore e sperma, avvinghiati sul pavimento.
Restarono lì, ansimando, senza parole. Poi l’uomo, col volto serio ma gli occhi accesi, gli accarezzò la guancia.

«Senza la divisa… sei entrato dentro di me più di quanto avrei voluto.»
Giò, ancora col fiato corto, gli sorrise sporco: «Allora preparati… perché non sarà l’ultima volta.»
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